il lago d'orta il più romantico dei laghi italiani

IL MIO VECCHIO LAGO
Viaggio nella cartolina d'epoca

La piazza. La sua sponda. I suoi alberghi

" (...) Ora, giú per la strada, – livida striscia, nel crepuscolo – mi trascina, scendendo al paese, una vecchia vettura che sobbalza e sussulta tale un povero infermo preso da un accesso di tosse. Di sopra le mura, di là dai cancelli delle ville chiuse, deserte, giunge un sentore penoso di giardini morti troppo presto, abbandonati.
Ma che se n'è fatto degli autunni di una volta, di quelle estati di San Martino, tanto dolci e tanto lunghe, sul lago, e indugiavano talora fin sotto la novena di Natale?
Erano stagioni di languore, di luci indolenti e stanche, ma una carezza tepida di vapori tenui, – si sarebbero detti fantasmi d'arcobaleni – lentamente sfiorava le acque silenziose e i colli, e n'erano ancora avvivate un poco le tinte appassite e non ne aveva l'anima tristezza ma riposo. Nell'aria, qualcosa ancora della giocondità della vendemmia si dilungava. Tra i pallori del novembre emergevano tuttavia vene delle porpore dell'ottobre.
Dai muriccioli lungo la sponda, i fichi ramosi, protesi sul lago, parevano stupire di mirarsi tanto gialli in tanto specchio di quiete.

orta san giulio / il mercato

E cosí grande stava la quiete, che lo sbattere di remi di una barca lontana, il cigolare di un carro su una strada remota, l'appello di una voce sperduta, il rintocco di un'invisibile campana davano sorpresa come echi sotto una grande cupola vuota, ed era come se chiamandosi l'un l'altra, prese da nostalgia, le cose distanti si dessero l'intesa per un comune raccoglimento: «stiamo insieme! stiamo insieme! già si accendono nelle case i focolari e gli uomini vi si stringono intorno!»

Che fa invece ora il lago, giú in basso, che ribolle inquieto entro una caligine biancastra, tra le rive spoglie? È come un interminabile sciabordare di lavandaie ostinate e lugubri... Quali esseri oscuri curvi sull'acqua fanno il bucato, a freddo, dei lenzuoli e dei panni dei poveri morti?

Rinvengo dalle male impressioni, mi si cancellano le buie immagini, ritrovo me stesso, d'un tratto, al primo entrare nell'abitato. Subito, lasciato dietro di me il paesaggio squallido nella sera torbida, provo il senso di benessere di chi, traversata freddoloso una landa spazzata dalla tormenta, varchi la soglia della sua casa e si trovi tra il tepore delle sue pareti.

Anch'io, finalmente, mi trovo tra le mie pareti.

Le riconosco. La sottile strada – la unica strada del paese – che si insinua lunga, a gomitate, tra le due fila di case, l'una appoggiata alla collina l'altra affacciata con brevi giardini sul lago, ha sempre lo stesso aspetto. C'è ancora lume a quelle date finestre dove c'era lume una volta; s'ode acciottolio di piatti, venir come una volta, da certa data cucina; rivedo il solito carro dove abitualmente lo vedevo, fermo sull'orlo di una rimessa colle stanghe all'aria; riconosco la porta del regio notaio, colla sua targa, l'insegna del ciabattino sempre gialla su verde, la tabella dell'esattoria; e mi vengono ancora incontro, alle nari, gli antichi sentori immutati, – odor come di trucioli che siano rimasti tanto tempo in cantina, odor di catrame, odor d'alga dolce e di sabbia che beve acqua...

I radi passanti, – la strada è cosí stretta! – per lasciar passar la vettura, si tirano contro il muro; ed anche di sfuggita, potrei ad ogni figura mettere il suo nome e cognome.

Si sbocca sulla piazza, – i filari d'ippocastani lungo il lago, l'esiguo porticato colle sue botteghe, la casa comunale isolata in fondo, tutto è a suo posto –, la carrozza dà il suo ultimo sobbalzo, e sono a terra. I cari sfaccendati che accorrono, amorosi di novità, ad ogni arrivo, fanno crocchio, e senza perder tempo, a riprender subito contatto colla vita del mio vecchio luogo, mi vi ficco in mezzo.

Saluti, clamori, strette di mano, esclamazioni, interrogazioni: tutto l'occorrente per «ritorno in patria» mi viene servito a dovere ed al completo.

Intanto, per la configurazione generale del luogo immaginate (ma non prendete troppo alla lettera l'analogia, intendiamoci) immaginate un arco di Trasimeno che abilmente si sia innestato su un fiord. A mezzogiorno, le acque – riflessi di lama azzurra – si lasciano teneramente abbracciare da una corona di colli; a settentrione, – riflessi d'ebano levigato – salgono a farsi attanagliare da ferrigne montagne accigliate che sembrano contendersele, e finiscono, del resto, riunendosi, per strozzarle. Dalla corona dei colli, nel piú bel mezzo dei riflessi di lama azzurra, un promontorio s'allunga e si distacca, (un promontorio che funziona anche da penisola), e sull'ultimo orlo del promontorio stesso, – merletto bianco sgomitolato su un sofà di verzura, – s'offre all'acque un paese, e, quel paese – l'intelligente lettore lo avrà già indovinato, – è Orta.

Un'isoletta linda e fiorita di fronte, già scoglio che fu nido di serpi, e poi aspra roccaforte, poi castello di vescovi e residenza di tranquilli canonici, ed oggi, ingentilita, luogo di ville e di giardini, ripete al paese quasi la sua stessa immagine.

In quanto ad Orta: tre alberghi quali si possono trovare nelle più convenevoli stazioni climatiche; un palazzo municipale, in vero assetto di palazzo del Comune, come anticamente lo si intendeva con relativa campana che ancor oggi chiama a raccolta i magnati della popolazione; un parco pubblico, detto il Monte, spazioso ed ombroso – querce, tigli, pini, lauri –; una pretura, i reali carabinieri, tutto il nécessaire pel pagamento delle imposte; quattro caffè nella sola piazza, due confetterie e, in ordine sparso, un ragguardevole numero di osterie convenienti alla sete degli abitanti, che è piuttosto abbondante, ma pacifica; un ben situato cimitero con magnifica vista ed ottima aria; un monumento vespasiano, in granito e lamiera, che inspirò, alla sua «inaugurazione», indicibili poemi ai vari bardi locali; e poi, intorno, a frastagliare i pendii, vigneti, giardini e ville; e fra le ville quella dell'ex ministro dei consumi, on. Crespi, una massiccia costruzione moresca, – vasto blocco quadrato di torrone lavorato al traforo, con piantato nel mezzo, ritto, ad uso minareto, un serviziale... però elegantemente damaschinato: ecco in quanto ad Orta, ciò che v'ha di piú segnalato pei suoi cittadini, e gli svaghi e le risorse, – oltre all'impareggiabile riposo che racchiude nel suo grembo, – che può offrire al forestiero... di cui non tarda mai, del resto, a fare un ospite

Sotto la cappa dei camini venerandi, dove i nonni tenevano circolo, stretti sulle panche, dinanzi ai grandi ceppi avvampanti, come è strano sentir parlare di pus e di pipí, di rivendicazioni sociali e di fasci, di sopraprofitti di guerra e di colpi di mano dannunziani, di emissioni cartacee e di soviet!

Penso alle veglie raccolte e pacate d'un tempo, ai rosarii recitati in famiglia le sere dei Morti... Ma al paese mio la politica, anche il giorno delle elezioni, non ha acredini e violenze ed il fuoco delle discussioni – e sono poi discussioni? – non toglie che si rammenti che s'è al focolare. Si servono le castagne, si mobilizzano dalle cantine le vecchie bottiglie, amici e conoscenti vanno e vengono, si accendono le pipe e si finisce per lasciar la politica per rivogare nei ricordi. In quasi tutte le case è cosí. Le care vecchie case d'Orta! Talune, vaste e severe, sembran quasi conventi; altre si danno l'aria fiera di palazzotti ed anche di palazzi; molte s'onorano di stemmi; tutte contengono ricordi di generazioni e generazioni, non di rado arazzi, libri rari, mobili antichi, pitture; si aprono in gallerie ed in terrazzi, respirano per ampli atrii chiari, guardano ciascuna sul proprio giardino; e veramente son esse le pareti che custodiscono la pace dalle tempeste del mondo, le dimore fide del riposo e del silenzio.

Sotto la cappa dei camini venerandi, dove i nonni tenevano circolo, stretti sulle panche, dinanzi ai grandi ceppi avvampanti, come è strano sentir parlare di pus e di pipí, di rivendicazioni sociali e di fasci, di sopraprofitti di guerra e di colpi di mano dannunziani, di emissioni cartacee e di soviet!

Penso alle veglie raccolte e pacate d'un tempo, ai rosarii recitati in famiglia le sere dei Morti... Ma al paese mio la politica, anche il giorno delle elezioni, non ha acredini e violenze ed il fuoco delle discussioni – e sono poi discussioni? – non toglie che si rammenti che s'è al focolare. Si servono le castagne, si mobilizzano dalle cantine le vecchie bottiglie, amici e conoscenti vanno e vengono, si accendono le pipe e si finisce per lasciar la politica per rivogare nei ricordi. In quasi tutte le case è cosí. Le care vecchie case d'Orta! Talune, vaste e severe, sembran quasi conventi; altre si danno l'aria fiera di palazzotti ed anche di palazzi; molte s'onorano di stemmi; tutte contengono ricordi di generazioni e generazioni, non di rado arazzi, libri rari, mobili antichi, pitture; si aprono in gallerie ed in terrazzi, respirano per ampli atrii chiari, guardano ciascuna sul proprio giardino; e veramente son esse le pareti che custodiscono la pace dalle tempeste del mondo, le dimore fide del riposo e del silenzio.

(...) Singolare paese, Orta, e merita di essere conosciuto... anche per i saporiti pesci del lago. Vi si pescano ottime trote, pesci persici, tinche, lucci... Una volta ci hanno pescato persino una balena! Mi affretto a spiegare: la stecca di un busto andato non so come per l'acqua alla deriva..."
 

ERNESTO RAGAZZONI
(da Il Tempo, 29 novembre 1919)

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